La porta d’Africa

Sapete che vi dico, se davvero la vita è ciclica e si deve tornare, alla faccia della progressione spirituale ,in barba al presunta superiorità spirituale umana professata da praticamente tutte le religioni, voglio rinascere come un gatto nella medina di Rabat.
La loro si e’ una bella vita, sole, lische, frattaglie e sesso, coccolati e riveriti.

Io e Sylvie siamo sbarcati a Tangeri 10 giorni fa, 19.30, buio, un vento che si faceva fatica ad aprire le porte per uscire nel ponte esterno, d’altronde eravamo alle colonne d’Ercole.
Con i privilegi dovuti ad i nostri due mezzi siamo stati in prima linea nello sbarco e tra l’oscurità del nuovo porto di Tangeri i primi a passare i controlli doganali.

Il Tangeri med dista più di 40 km dalla città e la nostra direzione, secondo programma, era opposta. Superata l’ultima sbarra ci ritrovammo nell’autostrada, i camion ci sfrecciavano accanto, le macchine dai portabagagli carichi dei passeggeri strombazzavano per salutarci, optammo per la scelta meno economica e più sicura: primo albergo sulla sinistra.

La direzione che avevamo scelto era all’interno, direzione Fes, strada Nazionale, secondo i tracciati GPS un po di salita ma nulla di serio, infatti per essere ligi ai programmi a meno di un chilometro dall’albergo, strada sterrata sulla dx, e vai con la prima scorciatoia!
La valle che ci si presentava dinanzi era quello che ci voleva un aperitivo invitante di vita rurale:
asini carichi di otri d’acqua, bambini che giocavano, contadini alle prese con il lavoro che ci salutavano e la strada infondo alla valle fini in un vicolo ceco. Non demordemmo e tornati per qualche centinaio di metri sui nostri solchi prendemmo la strada che saliva a destra.
Dolci e verdi colline, profumo di erbe mediterranee… curva a sinistra e la pendenza si impennò : 8,10% sterrato,1,2,3 tornanti, la situazione si fece impegnativa.
Ero all’incirca a 600 metri d’altitudine ed in compagnia di un anziano pastore ammiravo il paesaggio: oltre la collina, altre oltre a quelle montagne, sopra a perdita d’occhio nuvoloni neri, vento, temporali, mancava solo l’occhio di Sauron per essere a Mordor. Pensieroso ero perso nell’estasi del momento sonoro dell’anziano che mi interrogava in arabo sulle mie intenzioni, la stoica Sylvie ansimante mi raggiunse. Non per essere romantico ma girandomi per guardandola arrivare la situazione mi sembrò completamente diversa, dietro di lei sole, azzurro ed oltre la collina la strada costiera che conduceva a Tangeri. Il pastore ci fu di grande aiuto in questa prima incombente decisione, ed, anche se non capimmo un sola parola il tono mentre indicava le due opzioni fu chiarissimo. In totale tre ore circa, discendemmo dall’altro versante della valle e terminammo il nostro circuito a qualche centinaio di metri della nostra deviazione accanto All’hotel. Quaranta chilometri di sali e scendi più ad est e per le 16 eravamo a Tangeri.

Avevamo previsto questa seconda opzione ed infatti giunti nella nuova Tangeri, città in rivoluzione
urbanistica, cantieri, strade, palazzi, lungomare, tutto nuovo, molto in costruzione,con un paio di incontri fortunati riuscimmo velocemente ad arrivare alle chiavi dell’appartamento, pure esso nuovo.

Chi ci ospitava non c’era, l’avevamo contattato ancor prima di partire tramite il network per l’ospitalità CS e, visto che in queio giorni non c’era ci ha prestato il suo appartamento vista mare, da qui il nostro percorso seguirà la costa, Sylvie è contenta io pure.
Ci siamo trattenuti in quel confort un giorno in più e quel venerdì, immergendoci nella cultura locale avevamo preparato il couscous piatto principe del giorno spirituale mussulmano, ne impiattiamo uno extra per il nostro amico intimamente conosciuto tramite la sua dimora.

Sabato 19 pedaliamo in direzione Asilah. La località costiera è famosa per i suoi artisti e tutti gli anni i muri della medina vengono ridipinti con nuovi murales.
Un tour immerso nei classici, rilassanti bianchi e turchini condito con dei pasticcini serviti on the road. La notte campeggiamo nel giardino di un albergo.
Domenica partiamo di buon ora e ci dirigiamo vero Larache, in me le emozioni crescono, presente, futuro e soprattutto passato sensa controllo remoto si mescolano, un po come nella mia scrittura, è qui che 5 anni fa, dopo 7 mesi ha trovato la fine il mio primo viaggio ed è qui che ci affianca il nostro amico ciclista marocchio.

La bici che ci affianca è una vecchia MB, a cavallo di essa sicuramente non uno dei cicloturisti da club visti sfrecciare alla mattina; vestiti sportivi dignitosi, zainetto e sorriso ad un dente.
Nasce da subito una simpatica armonia da pedali, ci fermiamo dopo qualche km per un riposino comunitario, parola dopo parola il nostro compagno fa breccia nella nostra diffidenza.
Riprendiamo in salita e poco oltre ci fermiamo ad acquistare della frutta per merenda, il nostro accompagnatore ci fa presente che non ha soldi e noi condividiamo.
La notte la passiamo assieme ospiti della povera baracca dove abita, parliamo molto, beviamo il tè con schiva e mettendo assieme le nostre provviste alle sue prepariamo una gustosa cena.
Sono troppo ricche le emozioni che abbiamo provato in questo incontro per potervele raccontare tutte. Grande lo stupore nelle similitudini delle nostre passioni, un allegra esplorazione della natura per riconoscerci attraverso le piante officinali che ci circondavano. Un uomo molto povero di 51 anni, solo,alla ricerca dei suoi figli da 6 anni che che per vive confezionando il suo speciale tabacco da sniffo, un viaggiatore, un ciclista ricco di saggezza, un allegra malinconia nel ricordarlo.

Poco lontano, una sessantina di km ci fermiamo in un hotel ad una decina della costa, Sylvie non sta bene, è dal nostro arrivo in Marocco che ha il raffreddore ed ora sembra essere sopraggiunta una bronchite, forse un po di febbre. La grande ed affollata città ha un aria caotica ma informale si passeggia senza ansia, all’ingresso dell’hotel una bici reclinata con portapacchi ci segnala la presenza di un collega…ripartiamo dopo due giorni entrambi con la bronchite.

E siamo a tre, forse quattro giorni fa, oggi è il 20 dicembre, pedaliamo verso Kenitra ad una quarantina da Rabat, la capitale dove siamo ora, prendiamo la strada più vicina alla costa ed ancora una volta abbandoniamo la nazionale.
Ci ritroviamo in un inferno, la strada malmessa è schiava tra l’autovia ed il mega cantiere per la nuova linea ferroviaria. Pedaliamo a fatica tra immensi Camion, polvere, operai e apocalittici villaggi, poveri contadini schiavi di questo girone d’inferno.
Molti bambini ci inseguono, è un mix di emozioni a cui io ero di gia preparato la mia compagna no ed in questo giorno fa il suo ingresso in questa realtà. La notte ci coglie impreparati frastornati, nasi intasati, bocca impastata, il cervello di Sylvie il loop ed il mio per lei…il nostro angelo custode arriva ci carica sul furgone e come nel giro dell’oca ci porta a 35 km a ritroso, campeggio.
La riscossa arriva subito, lo so è da prendere per le corna e la mattina alle 8 siamo in pista, cappello abbassato sugli occhi, 110 km non stop e contro le nostre previsioni è Kenitra, siamo felici e con 150D, un po meno di 15 euro si dorme in hotel con doccia calda.
Cinquanta km ci separavano da Rabat e facilmente siamo giunti qui, nuovo hotel, nuova esperienza in camera tripla condivisa: la bici reclinata è ricomparsa e questa volta ci ha presentato il suo conducente, non ci sono state esitazioni…alzo gli occhi dal pc ed è li sul letto accanto al nostro con la luce da casco sulla testa, che personaggio!

Domani si va al consolato della Mauritania per il visto, speriamo di cavarcela in mattinata e pedalare, per un po saremo in 3.